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della fede
▪La Parrocchia
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità I
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità II
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità III
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità IV
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità V
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità VII
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Già agli albori della storia sacra si scorge
all’orizzonte il volto di una donna che è come una trasparenza della
divina bellezza consolatrice. È la donna – si potrebbe dire con il poeta –
“vagheggiata” da Dio stesso fin dall’eternità; colei che nel pensiero di
Dio fu sempre associata al disegno della Redenzione e venne chiamata
all’esistenza per costituire il punto di appoggio per l’entrata del Figlio
Unigenito nel mondo.
L’intuizione di fede del popolo cristiano ha subito intavisto e
contemplato nella madre del Signore la presenza di una grazia, di una
santità del tutto singolari.
Maria appartiene totalmente a Dio
Ciò che è detto del Verbo nel seno dell’eterno Padre e nella sua
incarnazione, può essere in certo modo riferito anche alla creatura
preparata in vista di lui, per essergli associata nella nuova creazione:
«Fin dall’eternità io sono stata costituita…Quando egli fissava i
cieli, io ero là…» (Pr 8, 22).
Arcana presenza che precede e prepara l’evento in un’ora precisa della
storia; seme nascosto nel cuore dell’universo in attesa della primavera
umana in cui germinare e sbocciare. E allora quando il Verbo viene
poeticamente paragonato a un santo germoglio che spunta sulla genuina
radice di David (cf Is 11, 1-10), la Vergine Maria può essere cantata con
le più belle immagini che si addicono anzitutto alla stessa Sapienza
incarnata: «Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella
porzione del Signore, sua eredità…» (Sir 24,16).
Effettivamente Maria di Nazareth rappresenta il vero Israele, il popolo
eletto, consacrato, santificato da Dio per farne uno strumento docile
nelle sue mani in ordine alla salvezza di tutti i popoli. Poiché questa
«figlia d’Israele» appartiene davvero totalmente al suo Dio, tutta la
bellezza spirituale della stirpe eletta e della terra promessa risplendono
nella sua persona. Anch’essa può quindi cantare all’unisono con la
Sapienza di cui è degna dimora: «Sono cresciuta come un cedro sul Libano…
Io come una vite ho prodotto germogli graziosi… Avvicinatevi a me, voi
che mi desiderate e saziatevi…» (Sir 24, 17-26).
Proprio perché in Maria il popolo d’Israele viene preparato ad accogliere
Colui che deve venire (cf Mi 5,1-3) a lei possono essere riferite anche le
profezie messianiche rivolte a tutta la comunità: «Gioisci, figlia di
Sion» (Sof 3,14.17-18; cf Zac 2,14-17).
Le meraviglie compiute da Dio in questa umile creatura sono semplicemente
quelle che egli vuole compiere in ogni uomo rigenerandolo nel sangue del
suo Figlio e nello Spirito. Ma la Vergine Maria sta al principio e al
vertice della storia di salvezza.
Ella, per un arcano disegno di Dio, entrò nel mondo senza essere sfiorata
dall’ombra del peccato. Fu sottratta e preservata da ogni forma di
corruzione e il maligno non poté mai esercitare il suo dominio su di lei.
Per il privilegio della sua concezione immacolata, senza il contagio
ereditario del peccato originale, Maria è ancora prima della nascita
consacrata e tutta riservata a Dio nel senso più vero e totale del
termine, per una speciale missione.
Ella non è tuttavia privata della sua libera volontà; anzi, la sua stessa
purezza assoluta la rende pienamente libera; libera di rispondere con
l’amore all’amore di Dio; libera di collaborare con Dio all’opera della
Redenzione. Perciò è così importante e decisivo il momento in cui, mandato
da Dio, l’angelo reca all’ignara giovinetta di Nazareth l’inaudito
annunzio dell’Incarnazione del Verbo e attende il suo consenso ad essere
direttamente e totalmente coinvolta nel grande evento. Siamo ormai a una
svolta irreversibile della storia di salvezza; ma nulla può accadere senza
che, in nome di tutto il popolo, di tutta l’umanità, Maria dica sì al
progetto di Dio.
Maria chiamata e consacrata alla maternità messianica
La narrazione dell’evento offertaci dal Vangelo di Luca è tanto carica di
significato teologico quanto pervasa di quella sublime poesia e di quel
commosso stupore che sempre avvolge l’ineffabile mistero.
Tutto si svolge come in una semplicissima e altissima azione liturigica.
Ingresso: L’angelo viene dal cielo ed entra da Maria. Non solo la povera
casa di Nazareth, ma la Vergine stessa è il santuario in cui questa
lituriga si svolge.
Saluto: Il messaggero saluta la Vergine da parte di Dio con l’appellativo
“piena di grazia” e con l’augurio che è pure attestazione della divina
presenza in lei: «Il Signore è con te».
Che significa questo se non che Maria è già stata colmata da Colui che è «pieno
di grazia e di verità» (Gv 1,14) e che proprio da lei vuole assumere
l’umana natura per entrare nel mondo? Ma la giovinetta è colta di sopresa
(sempre Dio ci sorprende!) e nel percepire interiormente la portata di
tale saluto, tutta consapevole della propria piccolezza, trema.
Non si può mai fare l’esperienza di Dio senza sentire il fremito della
natura, poiché questa è sempre impari a sostenere il peso del divino.
Infatti quando Dio si fa presente a qualcuno è per far accadere qualcosa
di nuovo. Le sue visite sono delle “chiamate”, e le sue “chiamate”
comportano un cambiamento radicale, ontologico, si può dire, della vita di
colui che le riceve; è un cambiamento in ordine alla missione che gli
viene affidata. Questo si è realizzato in modo unico e meraviglioso
nell’esistenza di Maria.
Nel saluto ella avverte la chiamata divina a una missione che va ben oltre
il suo progetto di vita. Che signifcia questo saluto? La sua domanda è
però ancora tacita, nel cuore, e traspare soltanto dal suo lieve
turbamento. Alla divina chiamata Maria è già pronta, tuttavia ella sente
tutta la sua umana impotenza davanti a un disegno inconcepibile. L’angelo
la rassicura: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”
(Lc 1,30). Ecco, Colui che agisce è Dio, il Dio dei Padri, il Dio
fedele alle sue promesse; Colui che è terribile per i potenti della terra
e che distoglie lo sguardo dai superbi, ma che si china benevolo sui
piccoli e sugli umili per colmarli dei suoi doni e allietarli con la sua
amica presenza.
“Non temere, Maria, hai trovato grazia presso Dio”. Ma quale è la
realtà di questa grazia? Ciò che l’angelo le dice è ancor più
sorprendente: “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo
chiamerai Gesù. Sarà grande e sarà chiamto figlio dell’Altissimo…” (Lc
1,31).
Siamo al dialogo. Maria, investita da tale annuncio, esprime
l’interrogativo che ha nel cuore con quel semplice: «Come…?». Ella
infatti non conosce uomo e ha già deliberato nel suo animo di vivere in
castità perfetta il matrimonio con Giuseppe. Ignora ancora che proprio
quel suo proposito di verginità – pur suscitato in lei dal Signore – è la
condizione che rende possibile il compiersi dell’evento: l’incarnazione
del Verbo.
Maria non è ora lì come un “hortus conclusus”, come un lembo di terra
vergine, pronta a ricevere il seme e la rugiada del cielo per germogliare
e fiorire in giardino di vita incorruttibile? E la discreta presenza
dell’angelo non fa pensare ad una brezza mattinale che lascia presagire la
presenza del Signore nella sua nuova creazione, come già avveniva
nell’Eden prima che il peccato provocasse la rottura dell’amicizia tra Dio
e l’uomo? (cf Gen 3, 8-9).
La domanda di Maria esprime semplicemente lo stupore e l’attesa di sapere
che cosa farà il Signore e come compirà la sua opera. Siamo al momento
centrale di questa divina liturgia dell’annunzio; è il momento in cui
quello che Dio dice si compie.
È la consacrazione : «Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà
su di te…”». Lo Spirito è la potenza creatrice di Dio che avvolge e
penetra Maria consacrandola tutta e operando in lei la concezione
verginale del Verbo divino. Nell’ “ecce” e nel “fiat”di Maria inizia il
resaturo di tutto il tessuto lacerato della storia umana, si riallaccia il
filo spezzato tra il cielo e la terra e questa riceve ancora la divina
benedizione per produrre non più “triboli e spine”, ma il frutto che darà
gioia senza fine.
Così Maria, chiamata da Dio per mezzo dell’angelo, viene consacrata
mediante l’effusione sovrabbondante dello Spirito Santo e designata
all’incomparabile missione di essere la Madre del Salvatore. Questo
significa che tutta la sua vita resta dedicata al servizio del disegno
divino della salvezza, in forza del legame intimo e indissolubile
esistente tra lei e il figlio di Dio che da lei nasce per abitare in mezzo
agli uomini.
Di questi mirabile avventura della grazia Maria è resa consapevole – e
perciò liberamente dà il suo consenso – ma le concrete conseguenze del suo
sì potrà conoscerle soltanto giorno per giorno, camminando nella fede
accanto al Figlio, e partecipando intimamente alla sua opera redentrice.
Maria Madre della nuova umanità
Vediamo quindi Maria già cooperante con il Figlio quando – sospinta dallo
Spirito Santo – sale da Nazareth ad Ain-Karim per visitare la madre di
Giovanni Battista; quando insieme con Giuseppe sale a Betlemme per il
censimento e si trova nella necessità di partorire il Figlio di Dio in una
povera capanna; quando offre Gesù al tempio e riceve per sé la profezia
del martirio del cuore; quando con il Bambino e Giuseppe ripara in Egitto
per sfuggire all’insania di Erode; quando, tornata in Galilea, sale con il
figlio giovinetto al tempio di Gerusalemme per l’annuale celebrazione
della pasqua ebraica; quando – a trent’anni – lo vede inoltrarsi nel
deserto della prove e rimane a consumare nel proprio cuore il presagio
della inevitabile tragedia; quando, quasi in incognito, lo segue mescolata
tra la folla durante il suo ministero di predicazione; quando infine sale
con lui la collina del Calvario e, sotto la croce, aderendo al suo sì di
amore al Padre, riceve dal suo spirare il soffio dello Spirito e una nuova
consacrazione per una maternità che abbraccia ormai tutto il genere umano.
Infatti la liturgia dell’annunzio ha sul Calvario il suo epilogo (cf Gv
19, 26-27). Qui più che la parola domina il silenzio; un silenzio che crea
uno spazio nuovo alla vita, le dà la dimensione della profondità in cui si
radica la suprema libertà dell’amore. Maria è costituita per sempre Madre
della nuova umanità generata dall’obbedienza dell’unigenito Figlio di Dio
al quale ella ha prestato la crane e il sangue da offrire in olocausto.
La si ritrova perciò, dopo la risurrezione e ascensione di Gesù, con la
comunità apostolica radunata nel cenacolo, in preghiera, nell’attesa dello
Spirito Santo (cf At 1, 12-14). E questo rimane per sempre il suo posto
fino alla consumazione dei secoli, quando anche la Chiesa – “il Cristo
totale” – sarà presentata insieme con lei a Dio quale sposa tutta bella –
cioè tutta santa – e quindi pronta per entrare nella gioia del suo Signore
(cf Ap 21, 1-5).
Che dire ancora? Ogni parola detta a riguardo della santa Vergine è sempre
troppo inadeguata. Invece di aggiungere pagine alle migliaia e migliaia
già stampate, si sente il bisogno di tacere e contemplare, contemplare e
adorare questo dolce mistero di grazia che è racchiuso nel cuore della
Chiesa, nel cuore di ogni cristiano e particolarmente nel cuore di ogni
donna consacrata che conosce unicamente la gioia di appartenere a Dio, di
essere crocifissa con il Cristo e di essere posta al servizio della Vita
per il regno dei cieli, nella santità dell’Amore.
La consuetudine ormai radicata di dedicare il mese di maggio alla Madonna
è, per vari motivi, non solo opportuna ma veramente felice. Questo mese da
noi segna il culmine della primavera e, liturgicamente, è ancora tempo
pasquale. Tutto concorre ad evidenziare il posto di Maria santissima nel
mistero della salvezza. È lei, infatti, la creatura umana in cui si è già
pienamente realizzata la redenzione e la glorificazione; è lei il primo e
insuperabile capolavoro della grazia.
Creati ad immagine di Dio, a causa del peccato noi siamo divenuti
“difformi” e soltanto attraverso l’azione trasformatrice della grazia
divina possiamo ricuperare la somiglianza con il nostro Creatore e Padre.
In Maria la divina immagine è stata restaurata e resa pura trasparenza
della luce fin dal concepimento. Tutto in lei è santità e bellezza.
La santità infatti è bellezza e questa non è un accessorio, ma l’essenza
stessa della divinità: Dio è il Santo. Dio è la bellezza. Per questo alla
bellezza è associata l’idea della gioia, del Paradiso. Quando
contempleremo svelatamente il volto di Dio – sublime bellezza – saremo
beati, saremo consolati da tutte le pene e le tristezze della vita. Nella
contemplazione della bellezza troviamo perciò fin d’ora, almeno in qualche
misura, consolazione e gioia.
Quando un bambino piange, per consolarlo gli si fa vedere qualcosa di
bello: «Guarda, guarda che bello! Non piangere più!». La bellezza fa
sorridere. Tutti, anche da adulti, abbiamo bisogno della “consolatio
pulchritudinis” (consolazione della bellezza). La bellezza non è davvero
un accessorio di cui si possa fare a meno: è una necessità primaria; non
si può essere felici senza l’esperienza della bellezza, che coincide con
l’esperienza dell’amore. Ecco perché tutti, consapevolmente o
inconsciamente, desideriamo vedere Dio. E poiché Egli si è rivelato in
Gesù Cristo, il suo Figlio nato dalla Vergine Maria, possiamo già
pregustare la gioia della contemplazione del suo volto.
All’umanità rattristata, angosciata a causa del peccato, della bruttezza
che il peccato ha introdotto nel mondo, Dio dice continuamente: «Non
piangere più! Guarda alla bellezza del Figlio che ti ho donato e guarda
anche alla bellezza della Madre cui ti ho affidata». La Chiesa
rispondendo a questo invito, con cuore ardente canta a Gesù Cristo: «Tu
sei il più bello tra i Figli dell’uomo!» e – di riflesso – canta a
Maria: «Tutta bella sei, o Maria», «Tota pulchra es Maria»!
Maria è però una “primizia” della nuova umanità, della Chiesa. Anche noi,
quindi, siamo chiamati a diventare conformi a Cristo. Mediante il
battesimo abbiamo ricevuto la veste candida, siamo stati resi immacolati
rinascendo dal grembo della madre Chiesa. Questa bellezza battesimale può
essere però ancora sciupata a causa della nostra infedeltà alla grazia, a
causa dei nostri cedimenti al peccato. Ci è data perciò ancora la
possibilità di essere perdonati, purificati rinnovati.
L’amore di Dio ha inventato veramente ogni rimedio per la nostra salvezza.
Dobbiamo perciò soltanto credere all’amore, lasciarci amare e ricambiare
l’amore, senza sgomentarci per le nostre ricadute e per la sensazione che
abbiamo di essere incapaci proprio di fare questo.
Parlandomi dei suoi problemi, un giovane marito un giorno mi diceva: «Non
so più accettare mia moglie, la vedo brutta». Allora gli chiesi: «Ti ha
fatto qualche torto?». «No, no. Soltanto la vedo brutta e non mi va». «Ma
tu vuoi ancora bene a tua moglie? La ami ancora?». «Eh no, come posso
amarla se la vedo brutta». «Non pensi – gli dissi – che sia proprio tu a
farla diventare brutta, perché non la ami più? Se le ridoni il tuo cuore e
la ami come quando l’hai sposata, la fai ridiventare bella». Accettò il
consiglio e poi mi diede ragione.
Questo è quanto il Signore ha fatto e fa continuamente per noi. Amandoci,
ci fa diventare belli, cioè santi, ci toglie le brutture lavandoci con il
suo sangue versato per nostro amore. E ci ha dato l’esempio perché anche
noi impariamo ad amarci in tale modo.
Quando cominciamo a vedere brutte le persone e le cose attorno a noi, è il
momento in cui dobbiamo interrogarci: non sto forse io diventando tiepido
o duro di cuore? Se abbiamo lo sguardo del cuore rivolto a Dio, vediamo
nella sua luce anche il nostro prossimo.
Ecco, Maria era tutta bella perché tutta aperta all’amore. Ignara di sé,
contemplava tutto con lo sguardo di un cuore trasparente e generoso;
attingeva alla fonte dell’Amore e donava, nulla trattenendo per sé. Se non
fosse stato così non avrebbe potuto diventare Madre del Figlio di Dio, di
quel Figlio che si faceva uomo per essere tutto donato. In lei si è già
realizzata pienamente la vocazione alla santità di tutta la Chiesa. È la
Sposa senza macchia né ruga, splendente di bellezza purissima,
incomparabile. Per quanto si cerchi di esprimerla nell’arte, la sua realtà
è sempre più grande. Ma il pittore o il poeta più adeguato a farlo è, nel
nostro cuore, lo Spirito Santo stesso, l’Amore divino che ha plasmato il
suo cuore, che ha delineato il suo volto meraviglioso. Se con umiltà e
fiducia ci abbandoniamo alla sua azione, anche noi possiamo sperimentare
la gioia di sentirci trasformati continuamente dall’Amore.
«Per la pienezza della tua grazia anche le creature che erano negli
inferi si rallegrano nella gioia di essere liberate, e quelle che sono
sulla terra gioiscono di essere rinnovate. O donna, piena e sovrabbondante
di grazia, ogni creatura rinverdisce inondata dal traboccare della tua
pienezza» (Sant’Anselmo di Canterbury, Discorso 52). Nessuno potrà mai
eguagliarla, ma tutti possiamo e dobbiamo imitarla. Proprio grazie a lei
che ci ha dato il Cristo Salvatore, possiamo diventare santi e immacolati,
per presentarci a Dio ed essergli graditi come Sposa tutta bella. Una
delicatissima preghiera ci fa rivolgere a Maria dicendo: «Inviolato
fiore, purissima Vergine, porta lucente del cielo, Madre di Cristo, amata,
Signora piissima, accogli quest’inno di lode. Casta la nostra vita scorra,
sia limpido l’animo nostro, così t’implorano i nostri cuori. Per la tua
dolce supplica a noi colpevoli scenda il perdono di Dio, o Vergine tutta
santa, Regina bellissima, inviolato fiore» .
I fiori sono le cose più belle della natura, perciò spesso si usa
l’immagine del fiore per esprimere la bellezza e la fragranza di Maria: il
giglio, la rosa, la margherita, i fiori più belli e profumati. Non
dovremmo vergognarci di tornare a fare il mese di maggio come quando,
bambini, andavamo al rosario portando ogni giorno un fiore a Maria.
Soprattutto dovremmo avere la premura di coltivare nel nostro cuore quei
fiori spirituali che le sono particolarmente graditi e che ci renderebbero
più somiglianti a Lei e al suo Figlio, anche noi icone della divina
bellezza consolatrice.
Madre Anna Maria Cànopi o.s.b.
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