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▪Costruire Insieme sul fondamento
della fede
▪La Parrocchia
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità I
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità II
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IL CREDO
L’EUCARISTIA GENERA E PLASMA LA COMUNITÀ
IL CREDO
Nelle domeniche e nelle solennità la santa Messa prevede, dopo la liturgia
della Parola, la solenne professione di fede mediante la recita o il canto
del «Credo», o Simbolo della fede, che racchiude in formule brevi le
principali verità della fede cristiana. Generalmente viene usato Simbolo
detto di Nicea-Costantinopoli, che trae la sua grande autorità dal fatto
di essere il frutto dei due primi Concili Ecumenici; talvolta si dà la
preferenza al cosiddetto «Credo apostolico», così chiamato perché è
l’antico simbolo battesimale accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la
sua sede Pietro, il primo degli apostoli (cf. Catechismo della Chiesa
Cattolica, nn. 185-197).
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
La professione di fede prende l’avvio da lontano, dall’immensità della
vita divina, dall’eternità, facendoci così avvertire la sproporzione e
nello stesso tempo l’inscindibile legame che esiste tra Dio e l’uomo: egli
creatore, noi creature; egli onnipotente, noi fragili e deboli; egli
eterno, noi mortali; tuttavia in comunione di vita.
Il Dio in cui crediamo ci immette in un orizzonte che ci supera
infinitamente: non si dovrebbero mai recitare queste parole del Credo
senza lasciarsi invadere l’animo dei più puri sentimenti di santo timore e
di gioioso stupore, come accadeva nei primi cristiani. Leggendo gli Atti
dei martiri, ad esempio, non si può non notare la santa fierezza con cui
essi – insistentemente spinti ad adorare le statue degli dèi pagani o
degli imperatori regnanti – dichiaravano di essere pronti a morire mille
volte pur di custodire intatta la fede nel Dio «che ha fatto i cieli e la
terra»; un Dio Signore dell’universo, ma ben lungi dall’essere un Dio
“meccanico”, freddo, come il motore immobile di Aristotele. Egli è il Dio
rivelato da Gesù Cristo come Padre, e in questo nome è nascosta la sua più
profonda realtà: Deus caritas est, Dio è amore.
Ecco allora il passaggio al secondo articolo del Credo, in cui ci è dato
di contemplare il Figlio di Dio, il Verbo eterno, rivestito di gloria
nello splendore della divinità:
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,
unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli.
Di lui si dice che è Luce da Luce, Verità e Vita; si potrebbe anche dire
che è gioia e bellezza. A lui, dunque, implicitamente già volgeva lo
sguardo Abramo quando camminava sotto il cielo trapunto di stelle; da lui
già era guidato il popolo eletto nella traversata del deserto verso la
terra promessa; lui già contemplavano i profeti vedendo da lontano il
sorgere della stella di Giacobbe (cf. Nm 24,17). E ancora: era lui a
guidare con la luce della sua Parola i passi di tutti i poveri – gli
anawim – in cammino verso la pienezza dei tempi.
Con repentino e vertiginoso colpo d’ala, il testo del Credo ci pone poi di
fronte all’evento centrale della nostra fede:
Per noi uomini e per la nostra salvezza
discese dal cielo.
Il “discendere” – quale degnazione da parte dell’Onnipotente! – rivela
l’umiltà di Dio; il “per noi” dice il suo immenso amore per l’uomo. Il
timore e lo stupore iniziali si fanno ancora più grandi, perché sono ormai
anche espressione della nostra umana “confusione” e della nostra infinita
riconoscenza.
E per opera dello Spirito Santo
si è incarnato nel seno della Vergine Maria
e si è fatto uomo.
Prodigio inaudito: un figlio nato da una vergine. I fedeli a questo punto
inchinano il capo – e a Natale genuflettono – in segno di massima
riverenza. È l’“ora” in cui il corso della storia cambia direzione,
trasformandosi da storia di peccato e di morte in storia di salvezza. Ma
in che modo? A quale prezzo? Viene subito indicato con brevi frasi che si
incidono nei cuori:
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato,
morì e fu sepolto.
“Per noi” discese, “per noi” – ripete con insistenza il testo – il Figlio
di Dio si abbassa fino all’estremo, fino alla morte e alla sepoltura: fino
ad essere totalmente eliminato dalla faccia della terra. E questo avviene
“sotto Ponzio Pilato”: in un momento preciso della storia, con
l’intervento di uomini ben conosciuti. E ciascuno di noi al posto di quei
nomi potrebbe in tutta verità mettere il proprio, sentendosi realmente
coinvolto nell’intera esistenza di Cristo.
A questo punto, si nota nel testo una nuova svolta. Lo indica bene, in
italiano, il passaggio dei verbi dal passato remoto – fu crocifisso, morì
e fu sepolto – che indica un’azione ormai conclusa, al passato prossimo,
che indica un’azione ancora in atto. Quando, con la crocifissione e la
sepoltura, si pensava che la vicenda di Gesù di Nazaret fosse ormai
totalmente conclusa, ecco l’inaudito miracolo:
Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture.
Egli è presente così, oggi, in mezzo a noi. Benché Dio avesse preparato
l’umanità alla incarnazione, morte e risurrezione di Cristo predicendole
nelle Scritture, e benché Gesù stesso ne avesse parlato negli anni della
sua predicazione, dopo gli eventi del Venerdì Santo il cuore dei discepoli
era a tal punto in preda alla tristezza e alla paura, da essere quasi del
tutto chiuso alla fede e alla speranza. I Vangeli sottolineano con
insistenza questa “chiusura”, questa incomprensione, mettendo talvolta
sulle labbra di Gesù anche parole di rimprovero: «Sciocchi e tardi di
cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo
sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc
24,25-25). E nel Vangelo di Marco si legge: «Alla fine egli apparve agli
undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e
durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto
risuscitato» (Mc 16,11).
Nell’incarnazione il Figlio è sceso, e il suo abbassamento si è fatto più
profondo, abissale nella morte, nella sepoltura e nella discesa agli
inferi; compiuta così la sua missione redentrice, egli “risale”, riprende
la vita che aveva liberamente consegnata. Risorto da morte, rimane ancora
visibile tra i suoi per quaranta giorni per confermarli nella fede e
prepararli a diventare suoi testimoni nel mondo, poi scompare agli occhi
della carne ritornando presso il Padre.
È salito al cielo, siede alla destra del Padre.
La vicenda terrena del Cristo si chiude, ma in realtà qualcosa di
fondamentale e irreversibile è ormai avvenuto: egli ritorna al Padre
portando nel suo corpo i segni della sua Passione, e con queste sue ferite
gloriose intercede per noi; con lui che ascende al cielo, la carne umana
entra già nel santuario celeste, come pure con noi, che siamo ancora
pellegrini, egli continua il suo pellegrinaggio terreno.
Si apre quindi il tempo della Chiesa, il tempo della nuova creazione. Come
in principio con la sua Parola creatrice (cf. Gen 1) Dio aveva trasformato
il caos primordiale in un “cosmo”, in un universo ordinato e luminoso,
così ora, nello squallore e nel disordine causati dal peccato, per mezzo
di Cristo risorto egli dà inizio alla trasformazione dell’umanità e di
tutto il creato per farne quella “nuova realtà” che sarà pienamente
visibile alla fine dei tempi.
Credere o non credere alla risurrezione – con tutte le conseguenze
pratiche che ne derivano – è ancora oggi la grande discriminante tra
mentalità cristiana e mentalità pagana. Fin dalle origini la persecuzione
contro gli apostoli e i primi cristiani scoppiò proprio «per la speranza
nella risurrezione dei morti» (cf. At 23,6) e la fede nella vita eterna,
nel ritorno del Cristo glorioso, ricapitolatore della storia.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
Quando era sulla terra, Gesù aveva pregato «alzando gli occhi al cielo» e
aveva esortato i discepoli a guardare in alto. Alla sua morte in croce il
cielo si era oscurato, perché privato della vera Luce del mondo; con la
sua risurrezione ebbe inizio un nuovo giorno; la sua ascensione, poi, fu
una elevazione nell’alto dei cieli, dove egli scomparve dentro una nube
luminosa. E gli angeli dissero agli apostoli: «Uomini di Galilea, perché
state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto
fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto
andare in cielo» (At 1,11). Nell’attesa di quel ritorno, tutti noi
cristiani siamo dunque chiamati a tenere lo sguardo rivolto al cielo e il
cuore proteso in alto, mentre corriamo sospinti dallo Spirito Santo,
l’Amore che unisce il Padre e il Figlio.
Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita,
e procede dal Padre e dal Figlio.
Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato,
e ha parlato per mezzo dei profeti.
Lo Spirito parla ancora, continuamente, per farci comprendere la Parola
che Gesù ci ha portato da parte del Padre, la Parola che è Gesù stesso.
Noi, infatti, possiamo conoscere Gesù soltanto per mezzo dello Spirito
Santo che ha parlato e parla nelle Scritture, nella Chiesa, al cuore di
ogni credente.
Professando la propria fede nelle tre Persone della Santissima Trinità –
credo nel Padre, credo nel Figlio, credo nello Spirito Santo – si aderisce
anche a tutto quanto esse operano nella storia umana. Credendo in loro –
affidandosi totalmente a loro – si dà il pieno assenso dell’intelligenza e
della volontà anche alle verità di fede rivelate dal dogma. Ecco, allora,
che il testo del Credo prosegue enunciando ciò che è indispensabile che il
cristiano creda, se vuole vivere veramente da seguace di Cristo.
Credo la Chiesa.
Credo che la Chiesa è stata voluta da Dio, costituita da lui in ordine
alla nostra salvezza. E credo che essa è:
una santa cattolica e apostolica.
La Chiesa, ossia la moltitudine dei credenti, è voluta da Gesù “una”,
ossia unita in comunione d’amore; è la sua unica Sposa; “santa”: da lui
purificata nel suo sangue per essere presentata al Padre senza ruga né
macchia; “cattolica”, ossia universale: abbraccia tutta l’umanità, nessuno
è escluso dal suo amore; apostolica, perché si fonda sulla testimonianza
degli apostoli che hanno ricevuto il mandato da Cristo.
Aderendo alla Chiesa, vivendo in essa, la nostra vita, destinata per il
peccato alla morte, viene radicalmente redenta e trasformata:
Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati.
Aspetto la resurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà.
Consapevoli di essere radicalmente peccatori, inclini al male per il
contagio del peccato originale, riconosciamo che l’acqua del Battesimo ci
ha purificato restaurando in noi l’immagine divina e restituendoci la
primitiva bellezza. Riscattati dalla morte, abbiamo ricevuto una vita
nuova, eterna. Il dono diventa impegno quotidiano, cammino verso la mèta
definitiva, in cui ciò che ora nella fede e nella speranza possediamo come
caparra e anticipo, diventerà possesso pieno e definitivo.
Nella formula del “Credo apostolico”, più concisa, queste verità di fede
vengono espresse con termini leggermente diversi: non si nomina
esplicitamente il Battesimo, ma si parla di “remissione dei peccati”; al
posto di “risurrezione dei morti” si dice molto chiaramente “risurrezione
della carne”. La “vita del mondo che verrà” è caratterizzata da due
espressioni: la comunione dei santi e la vita eterna. Sono piccole
sfumature, ma da non sottovalutare. In una cultura come la nostra, in cui
sempre più forte si avverte l’influsso delle dottrine e tecniche
esoteriche, è importante che i cristiani siano consapevoli che è la
persona umana nella sua integralità di anima e corpo ad avere come destino
la vita eterna; è importante inoltre sapere che questa non è un oceano
impersonale, una vaga liberazione da tutto ciò che in questo mondo ci è di
limite e di ostacolo, ma è personale comunione d’amore con Dio e tra di
noi diventati finalmente santi, ossia purificati da tutte le scorie di
peccato che sono quaggiù la causa delle nostre divisioni e delle nostre
tristezze.
Nel Credo sono contenute le verità fondamentali della nostra fede, di quel
“mistero della nostra salvezza” che ogni giorno si compie – è reso
presente, attuale per noi – nella Celebrazione Eucaristica.
La fede è una realtà viva, dinamica: è un seme, è una luce che viene
nascosta nel profondo del nostro essere dall’amore di Dio. La fede è
l’incontro con Gesù Cristo.
Essa comporta uno strenuo combattimento interiore contro tutte le
tentazioni e le insidie del nemico. L’uomo di fede è un lottatore (cf. 1
Tm 6,12). Il suo “sì” fondamentale passa solitamente attraverso una
sequenza di tentazioni, di rifiuti, di sorde o clamorose ribellioni. La sua
fedeltà è sempre vissuta a caro prezzo. Mentre dice “sì”, ha dentro pure
il “no”. Dice “sì” con la volontà, mentre la sua natura grida: “Non
posso!”. Dice “sì” con la forza della fede; dice “basta!” con la debolezza
della carne.
È necessario, però, che si difenda decisamente dalla mentalità del mondo e
che sempre ritorni alle limpide sorgenti della fede, ripetendo nel suo
cuore in tumulto le parole semplici e chiare della professione di fede che
ha imparato da bambino, cercando di rendersene sempre più consapevole.
Credendo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito, si aderisce con pieno
assenso a tutto quello che Dio ha fatto e continuamente fa a nostra
salvezza. Allora si crede anzitutto che la Chiesa è dono dell’amore
divino; si crede di aver ricevuto, con il Battesimo, il perdono dei
peccati e la possibilità di camminare in novità di vita; si crede di
essere pellegrini su questa terra, diretti verso la dimora celeste; si
crede che la morte non ci sprofonda nell’abisso del nulla, ma che è
passaggio alla vera ed eterna vita.
Questa professione di fede è bella e pervasa di dolce speranza, ma
difficile da vivere con fedeltà e coerenza; anzi, è umanamente
impossibile. Da soli, prima o poi, saremmo destinati al naufragio. Ecco
perché il Signore ci dà il sostegno della Chiesa. È veramente necessario
coltivare insieme la fede, essere attenti gli uni agli altri, sostenersi a
vicenda.
Siamo in cordata: questo è un grande aiuto, ma anche una grande
responsabilità. Se il mio piede inavvertitamente scivola, con il sostegno
degli altri sono salvato dal cadere nel precipizio; ma se io mi lascio
andare o addirittura faccio forza nel senso contrario alla salita, tutti a
causa mia sono rallentati nel cammino e rischiano di precipitare nel
vuoto. Ciascuno è responsabile della fede degli altri. Abbiamo davanti a
noi molti coraggiosi testimoni, ma dobbiamo diventare anche noi testimoni,
affinché altri possano credere, e credere sempre più fortemente.
È molto importante non lasciar spazio a incertezze, sospetti, dubbi, a
quel modo di vivere nella mediocrità che indebolisce la fede, corrodendola
alle radici.
Dobbiamo inoltre convincerci che il credere non è un fatto sensitivo ed
emotivo, non è nemmeno un fatto cerebrale. Forse crediamo veramente
proprio quando ci pare di non credere, ma procediamo come se vedessimo
l’invisibile, fidandoci di Dio e aggrappandoci alla Parola che egli ci ha
donato come lampada per i nostri passi, come luce appena percepibile
nell’intimo del nostro cuore, mentre tutt’intorno c’è ancora buio. Credere
è sempre un miracolo; è il miracolo quotidiano: «Signore credo, aumenta la
mia fede!».
Non possiamo pretendere che la fede ci dia delle sicurezze razionali o
delle gratificazioni sensibili: «La fede è fondamento delle cose che si
sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Fede è camminare
come Abramo nella notte – non comunque una notte cupa, ma trapuntata di
stelle – accettando il sacrificio, dicendo di “sì” all’impossibile. Essa
implica sempre da parte nostra il deciderci per o contro Gesù Cristo”,
perché è lui, e lui solo, colui che ci apre l’orizzonte della vita futura:
«In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli
uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati»
(At 4,12).
Allora preghiamo:
Io credo in Te, Dio Padre,
che mi hai creato e amato da sempre.
Io credo in Te, Signore Gesù Cristo,
che sei venuto a salvare l’umanità
nascendo dalla Vergine Madre
e morendo inchiodato al legno della croce.
Io credo in Te, Spirito Santo,
che operi in me la santificazione
e mi rendi capace di essere verace testimone
sostenendomi nel combattimento della fede.
Io credo in Te, Uno e Trino Signore.
Per tua grazia, Padre, rafforza in me il dono della fede
ricevuta nel Battesimo,
confermata con il crisma dello Spirito,
nutrita con il Pane della vita.
Amen!
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