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LITURGIA DELLA PAROLA
Con il cuore purificato (atto penitenziale) e unificato (colletta),
l’assemblea dei fedeli si dispone all’ascolto della Parola di Dio.
È molto importante custodire viva la consapevolezza che nella Sacra
Liturgia, e in modo del tutto particolare nella santa Messa, non
ascoltiamo “parole umane”: il Signore stesso è presente e ci parla. Non
dobbiamo dunque lasciarlo parlare invano… Le letture proclamate vanno
accolte con grande senso di responsabilità e con sempre rinnovato stupore.
L’ascolto della Parola è un momento insieme austero e festivo: comporta la
gravità dell’impegno e la gioia dell’incontro con il Signore. Ogni
celebrazione è unica; la grazia offerta in essa è di quel momento, che non
è già stato e non tornerà mai più. Sarebbe una grande presunzione pensare:
«Questo che si legge già lo so, l’ho già sentito…». Il Signore ci parla
sempre come per la prima volta, ci parla sempre nell’oggi della nostra
vita attuale; la sua Parola è il “pane quotidiano” che chiediamo nel Padre
Nostro; è la luce, il sostegno per la vita di ogni singola giornata. Anche
il gusto del pane già lo conosciamo, ma ciò non toglie che per vivere non
ci basta averlo mangiato ieri, dobbiamo mangiarlo anche oggi; tutti i
giorni un pane nuovo.
Per aiutarci nell’ascolto della Parola la Chiesa ci propone atteggiamenti
e gesti di cui è bene ricordare il significato.
Prima di tutto è fondamentale che la Parola sia proclamata in modo – dice
san Benedetto – da “edificare gli ascoltatori”. Nel suo servizio, il
lettore sia consapevole che presta al Signore non solo la voce, ma anche
il cuore: tutta la sua persona, anima e corpo, è coinvolta nella
proclamazione; tale proclamazione deve quindi essere chiara e “calda”, ma
non enfatica; rispettosa del senso e del “genere” del testo sacro, non
“piatta” e sempre uniforme, ma neppure “teatrale”. In una parola, la
lettura richiede umiltà e santo timore: il lettore deve scomparire, la
Parola risaltare.
Per la proclamazione del Vangelo è previsto un rito particolare; se la
proclamazione è fatta da un diacono, questi, reggendo l’Evangeliario, va
davanti al sacerdote che presiede la celebrazione, si inchina e chiede la
benedizione:
Diac. «Benedicimi, o Padre.
Sac. «Il Signore sia nel tuo cuore e sulle tue labbra,
perché tu possa annunziare degnamente il suo Vangelo.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
In assenza del diacono, il sacerdote che proclama il Vangelo si rivolge al
Signore pregando così: «Purifica il mio cuore e le mie labbra, Dio
onnipotente, perché io possa annunciare degnamente il tuo Vangelo».
Per orientare bene l’ascolto dei fedeli, il passo della Scrittura viene
“annunziato”: “Dal Vangelo secondo…” oppure “Dalla lettera…”, “Dal libro
del profeta…”. Infatti, come si deve leggere diversamente un testo storico
da uno sapienziale o profetico, così pure deve essere diverso il modo di
ascoltare e di rapportarsi alla Parola.
Un altro elemento significativo è la “posizione” da assumere durante la
lettura. Il lettore legge dall’ambone stando in piedi, in modo da poter
più facilmente essere visto e udito; l’assemblea si siede: è questa
infatti la posizione propria del raccoglimento e della meditazione. Il
Vangelo, però, in segno di somma riverenza al Cristo presente, viene
ascoltato in piedi.
L’accoglienza della Parola richiede umiltà, amore, silenzio interiore, ma
insieme stupore, gioia e slancio di adesione, anche quando da essa ci
giunge un richiamo, un severo ammonimento. Sì, anche in questo caso non
deve mai mancare la gioia, perché è il Signore che si degna di parlarci,
come ci ricorda l’inizio della lettera agli Ebrei: «Dio, che aveva già
parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo
dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del
Figlio» (cf. Eb 1,1-2a). La Parola del Signore anche quando ci punge e ci
ferisce, è sempre un dono che ci dà salvezza.
Nel libro di Neemia (8,1-12) viene descritta la solenne celebrazione della
Parola avvenuta in occasione della festa delle Capanne, dopo la
“riscoperta” del libro della Legge. I lunghi anni di esilio, infatti,
avevano fatto perdere agli israeliti la coscienza di essere il “popolo di
Dio”, di avere una “Legge”, un luogo di culto. La scena è veramente
toccante. Rileggiamo il testo, mettendo semplicemente in evidenza gli
aspetti più significativi.
Innanzitutto il popolo si dispone all’ascolto
«Allora tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza… Il primo
giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti
all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di
intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque,
dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini,
delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo
porgeva l’orecchio a sentire il libro della legge» (vv. 1-3, passim).
Come fosse un uomo solo… porgeva l’orecchio: la Parola va ascoltata da
ciascuno personalmente; ognuno deve riferirla a sé, prenderla come guida
della propria vita; ma nello stesso tempo deve sentirsi in ascolto con
tutta la Chiesa, nella comunità dei credenti. L’assemblea liturgica non è
una massa di individui accostati, ma una comunione di persone radunate nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
In un incontro con il clero della diocesi di Roma, papa Benedetto XVI ha
presentato con profondità e chiarezza questa realtà: «Dio entra in
comunione con noi, ci fa cooperare, crea questo soggetto (il popolo di
Dio) e in questo soggetto cresce e si sviluppa la sua Parola… Dobbiamo
approfondire, giorno dopo giorno, questa nostra comunione con la santa
Chiesa e così con la Parola di Dio. Non sono due cose opposte, così che io
possa dire: sono più per la Chiesa o sono più per la Parola di Dio. Solo
unitamente si fa parte della Chiesa, si diventa membri della Chiesa e si
vive della Parola di Dio, che è la forza di vita della Chiesa. Chi vive
della Parola di Dio può viverla solo perché essa è viva e vitale nella
Chiesa vivente» (2 marzo 2006).
Proprio in questo clima di ascolto e di comunione inizia la proclamazione
della Parola:
«Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in
alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si
alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo
rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono e si
prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore» (vv. 5-6).
Dopo la lettura, c’è il momento della spiegazione della Parola,
corrispondente nella Messa all’omelia del celebrante.
«Giosuè, Bani, Serebia, Iamin, Akkub, Sabbetài, Odia, Maaseia, Kelita,
Azaria, Iozabàd, Canàn, Pelaia, leviti, spiegavano la legge al popolo e il
popolo stava in piedi al suo posto. Essi leggevano nel libro della legge
di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano
comprendere la lettura» (vv. 7-8).
L’ascolto attento della Parola e della sua spiegazione “tocca” i cuori: il
popolo si sente ferito nell’intimo, riconoscendo di averla trascurata, di
non averla messa in pratica. È il momento della “conversione”.
«Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. 10Poi
Neemia disse loro: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e
mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo
giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia
del Signore è la vostra forza”» (vv. 9b-10).
Il più bel frutto dell’ascolto della Parola di Dio è proprio la
conversione da cui scaturisce la vera gioia, segno dell’avvenuta
riconciliazione con Dio e con i fratelli.
Negli scritti dei Padri della Chiesa e, ancora di più, negli scritti
monastici si sottolinea un altro importante aspetto: la necessità du
aiutarsi vicendevolmente ad ascoltare bene. È facile che da soli davanti
all’inevitabile fatica che l’ascolto comporta si ceda alla tentazione
della pigrizia, della stanchezza; si eviti addirittura di mettersi a
confronto con la Parola, per non doversi esaminare e poi decidersi a fare
concreti atti di conversione. Spesso, pur mentre si vuole ascoltare, si è
disturbati da tante distrazioni, oppure ci si lascia condizionare dalla
scarsità di tempo, da urgenze di lavoro, ecc… Allora è provvidenziale
avere vicino qualcuno che ci fa ricordare ciò che è più importante nella
vita, per non rischiare di perdere l’unum necessarium affannandosi dietro
alle “molte cose” (cf. Lc 10,38-42).
Simeone il Nuovo Teologo, un abate del X secolo, nelle sue Catechesi usa
esempi molto concreti ed efficaci per esortare i suoi monaci all’ascolto
della Sacra Scrittura. Ecco qualche stralcio del suo testo: «Ciascuno di
voi sia attento alla lettura della parole divine. E ciascuno se le ponga
nel cuore, le custodisca al sicuro, poiché le parole di Dio sono parola di
vita (cf. Gv 6,68) e chi le ha in se stesso e le custodisce ha la vita
eterna (cf. Gv 5,24)».
Chi siede a tavola e non sente appetito per ciò che ha davanti – prosegue
Simeone il Nuovo Teologo – è chiaramente privo della salute naturale; allo
stesso modo chi ascolta una lettura divina e non si delizia nella sua
anima e non riempie spiritualmente tutti i suoi sensi della loro dolcezza,
costui è debole nella fede», è gracile, è malato spiritualmente.
«Tutti voi, dunque, che siete venuti per nutrirvi di questo pane della
Parola, voi che già avete gustato la vera vita e avete ricevuto la
misericordia, non cessate, per quanto è possibile, di risvegliare e di
esortare il vostro prossimo; poiché essi sono vostre membra, in quanto
sono membra del Cristo e figli di Dio. Abbiate anzi a cuore di istruirli,
rimproverarli, riprenderli (cf. 2 Tim 4,2), non per causare loro
tristezza, non per danneggiarli, ma per procurare loro il più grande
vantaggio. Se fate così e se ciascuno di voi risveglierà il proprio
fratello, ben presto saremo tutti sollevati alle vette delle virtù»
(Catechesi, Città Nuova, Roma 1995, p. 266).
Come appare evidente da questo testo (e moltissimi altri se ne potrebbero
citare) la Liturgia della Parola, facendoci conoscere le varie tappe della
storia della salvezza, ci rende consapevoli del legame che ci unisce gli
uni agli altri e ci prepara così al momento culminante della santa Messa:
la comunione eucaristica che ci rende tutti membra dell’unico Corpo di
Cristo, uniti da un legame più forte di quello naturale: il legame creato
dallo Spirito Santo, l’Amore divino.
È necessario quindi che in ciascuno di noi la Parola si incarni e ci renda
capaci di amarci, di servirci a vicenda nella carità.
Abbiamo come icona dell’ascolto Maria stessa. Chi più di lei è stata
proprio un orecchio e un cuore tutto proteso alla Parola? Ella ha accolto
il Verbo della vita, lo ha generato e lo ha dato al mondo come Salvatore.
Ogni Parola ci è offerta proprio perché, attraverso di noi, anche nel
mondo si compia questo mistero di riconciliazione, di unità e di pace.
Essa ci viene offerta proprio nei momenti in cui abbiamo bisogno di
sentirla. Sono turbato, inquieto? Ecco la Parola che mi rasserena, che mi
calma. Non trascuriamo la Parola di Dio per andare a cercare altre parole
di cui è pieno il mondo: perderemmo ben presto il gusto della vita, questo
dono così bello che si rivela nella misura in cui viene alimentato dalla
Parola Vivente che è Cristo stesso. Guardiamoci dal cadere in una specie
di anoressia spirituale. Ciò accade quando perdiamo il contatto con la
Parola di Dio e non ne sentiamo più il bisogno. Quali possono essere le
cause di questo disamore? Forse perché stiamo bene così come siamo? O
perché siamo così sfiduciati da non saper più sperare in un cambiamento?
Riteniamo forse la Parola di Dio impotente a salvarci? O troppo difficile
da vivere? Ma allora contiamo su di noi o sulla grazia?
La bellezza e l’efficacia della Parola di Dio merita qualsiasi fatica
nell’ascoltarla. Essa, a chi la accoglie, dà il sapore e il profumo di
Cristo per diffonderlo in tutto il mondo, affinché sia allontanato il
fetore del peccato e si faccia sentire la fragranza della santità.
Preghiamo dunque perché questo miracolo avvenga innanzitutto in noi, con
l’aiuto del Signore, per intercessione di Maria, Vergine dell’ascolto:
Gesù, Parola d’Amore
scaturita dal seno del Padre
e scesa nelle tenebre del mondo
per farti luce ai nostri passi
e cibo di vita alle nostre anime,
ti preghiamo:
guardando a Colei che ti ha accolto come Verbo
e ti ha concepito nel suo grembo verginale,
rendi umili e puri i nostri cuori,
affinché da dure pietre
si trasformino in terreno fertile e buono.
Fa’ scendere su di noi, Signore,
la rugiada luminosa del tuo Spirito,
perché il seme che tu sei, Parola viva,
possa anche in noi germinare, fiorire e fruttificare
in grazia e santità, in gioia e in pace
per tutto il genere umano.
Amen.
A.M.Cànopi osb |