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COMUNITA' PARROCCHIALE BEATA MARIA VERGINE IMMACOLATA DI LOURDES |
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“L’Eucaristia genera e plasma la comunità„ |
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| Tenendo presente che in questo anno la vostra diocesi vive un momento di grazia straordinaria per l’evento del Sinodo, incentrato sui temi della preghiera e della carità, abbiamo pensato di scandire i momenti di meditazioni con cui ormai da tempo vi accompagniamo sul ritmo della Liturgia Eucaristica, perché è proprio l’Eucaristia che genera e plasma la comunità. Ci metteremo dunque insieme, con molta semplicità, in ascolto dello Spirito che parla al cuore della Chiesa per rivelarle i segreti del regno dei cieli, facendole comprendere sempre di più la grandezza della propria vocazione-missione, che è quella di essere comunione d’amore: icona della SS. Trinità. | |
![]() ▪Conoscere Dio attraverso la Sua Parola ▪Solennità del Sacro Cuore ▪San Benedetto ▪Solennità dell'Assunzione della Beata Maria Vergine ▪San Gennaro ▪Avvento ▪Rosario ▪Immacolata ▪Santo Natale ▪Beata Maria Vergine di Lourdes ▪La Domenica
▪Costruire Insieme sul fondamento
della fede
▪L'Eucarestia genera e plasma la
comunità I
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II Atto penitenziale Dopo la convocazione e il saluto iniziale, l’assemblea è invitata dal sacerdote a prendere coscienza della grandezza del mistero che sta per celebrare e, quindi, della necessità di purificarsi mente e cuore, anima e corpo, per potersi accostare meno indegnamente alla sorgente della salvezza. La purificazione è veramente necessaria: lo ha detto Gesù stesso nell’ultima cena, durante la lavanda dei piedi: «Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”» (Gv 13,7-8). Proprio perché la Messa è il memoriale della cena del Signore, per esservi ammessi abbiamo bisogno che il Signore ci “lavi i piedi”, ossia ci perdoni, e che anche noi ce li laviamo gli uni gli altri, ossia che deponiamo tutti i nostri risentimenti, le tensioni interiori, i pensieri tortuosi e i propositi che non sono secondo la volontà di Dio, lasciando cadere tutte quelle durezze e ostinazioni che appesantiscono il cammino comunitario e creano ostacolo alla carità fraterna. Ogni membro della comunità, consapevole delle proprie mancanze e solidale con gli altri – non accusatore degli altri! – si dichiara peccatore, e la comunità nel suo insieme, mentre si riconosce povera e misera, professa la sua fede nella misericordia del Signore. Confessandoci insieme al Signore, dimostriamo di avere desiderio di essere perdonati e riconciliati con Lui e tra di noi. L’atto penitenziale che ha luogo all’inizio della santa Messa, pur non avendo valore di sacramento, ha una sua vera efficacia di perdono, e dispone gli animi alla pace quando è vissuto con vera partecipazione, con umiltà, con sincero pentimento e la decisione di distaccarsi davvero dalle proprie cattive abitudini. Ciascuno, se vuole essere sincero, deve riconoscere di avere alcuni “difetti” – o anche vere e proprie colpe – alle quali è, si può dire, affezionato perché sono quasi costitutivi della propria “personalità”!… Ma bisogna proprio avere il coraggio di perdere noi stessi, quei nostri modi di essere e di fare che certamente non piacciono a Dio. Vi sono difetti che devono essere risolutamente sradicati. Poiché da soli non riusciremmo a farlo, il Signore ci viene in aiuto tramite strumenti che egli sceglie con infinita sapienza. Lasciamogli la libertà di applicarci la terapia più efficace e, talvolta, anche di intervenire da esperto chirurgo. Il pentimento esige un distacco affettivo ed effettivo dai propri peccati, specialmente da quelli che ci sono più abituali e che più ostacolano la costruzione della comunità, la crescita della comunione. «Attaccarsi a se stessi – scrive Zundel – e allontanarsi da Dio: qui sta tutto il dramma… Tutto ciò che offusca in noi lo splendore del Volto divino, o limita l’irradiarsi del suo amore, tutto ciò che intercetta la corrente di grazia che avvicina le anime le une alle altre avvicinandole insieme a Dio, è un attentato contro l’ordine essenziale dell’universo» (Il poema della sacra liturgia, cit., p. 41). Se abbiamo un sincero desiderio di convertirci, certamente la Celebrazione Eucaristica porterà in noi molto frutto spirituale e ci renderà strumenti di pace per tutti. Oggi, però, si evidenzia un serio problema: la perdita del senso del peccato. Come custodire una coscienza capace di discernere rettamente tra il bene e il male, una coscienza retta, non annebbiata? Una prima risposta a questa domanda ci viene dalla stessa Sacra Scrittura. Ricordiamo ad esempio la figura di Davide in un momento cruciale della sua esistenza: adultero, ingannatore, omicida, il re d’Israele sembra convivere tranquillamente con il peccato, finché, nella sua infinita misericordia, il Signore invia a lui il profeta Natan che sa toccare le corde del suo cuore suscitando in lui un autentico pentimento. Benché notissimo, è sempre istruttivo rileggere integralmente l’episodio: «Il Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse: “Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui, portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui”. Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan: “Per la vita del Signore, chi ha fatto questo merita la morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà”. Allora Natan disse a Davide: “Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti…”. Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore!”…» (2 Sam 12,1-10.13).
Da questo episodio impariamo che un fratello, “mandato da Dio”, può aiutarci a far luce dentro di noi. È il momento, delicato ma importante, della correzione fraterna, di cui anche Gesù parla nel Vangelo (cf. Mt 18,15-18). Il secondo brano biblico, tratto dal libro di Neemia, ci mostra una vera e propria liturgia penitenziale: il popolo di Israele si presenta davanti al Signore per confessare i propri peccati e chiedere perdono. Ecco i punti principali:
«Il ventiquattro dello stesso mese, gli Israeliti si radunarono per un digiuno, vestiti di sacco e coperti di polvere. Quelli che appartenevano alla stirpe d’Israele si separarono da tutti gli stranieri, si presentarono dinanzi a Dio e confessarono i loro peccati e le iniquità dei loro padri. Poi si alzarono in piedi nel posto dove si trovavano e fu fatta la lettura del libro della legge del Signore loro Dio, per un quarto della giornata; per un altro quarto essi fecero la confessione dei peccati e si prostrarono davanti al Signore loro Dio. Tu sei stato giusto in tutto quello che ci è avvenuto, poiché tu hai agito fedelmente, mentre noi ci siamo comportati con empietà… Oggi eccoci schiavi nel paese che tu hai concesso ai nostri padri perché ne mangiassero i frutti e ne godessero i beni. I suoi prodotti abbondanti sono dei re ai quali tu ci hai sottoposti a causa dei nostri peccati e che sono padroni dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacere, e noi siamo in grande angoscia» (Ne 9,1-36, passim). Prima di giungere alla confessione vera e propria, il popolo si pone in stato penitenziale – espressione esteriore di un atteggiamento interiore di umiltà – e sta in prolungato e attento ascolto della Parola di Dio. È essenziale per il cristiano riservarsi dei tempi per la preghiera e per la lectio divina, lettura pregata della Sacra Scrittura. È infatti alla scuola della Sacra Scrittura che la nostra coscienza si affina, si illumina e rettifica. Impariamo così a conoscere il Signore e ne assumiamo i pensieri e i sentimenti. Notiamo inoltre che il popolo non si limita a confessare le proprie colpe, ma proclama anche pubblicamente la bontà di Dio che si è manifestata nel corso della storia. Questo riconoscimento rende più acuta la sofferenza per il male commesso, ma anche più vivo il desiderio della riconciliazione, del superamento del peccato, poiché ci si rende conto che non è soltanto un’infrazione ad una legge astratta, ma una grave ingratitudine e un tradimento verso Colui che ci ama. Per questo la colpa può essere cancellata unicamente dall’amore nuovamente corrisposto. Il terzo episodio biblico cui possiamo far riferimento è la pagina del pentimento di Pietro: «Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: “Anche questi era con lui”. Ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito, pianse amaramente» (Lc 22,54-62). Commenta sant’Ambrogio: «Non leggo nel Vangelo che cosa disse Pietro, trovo soltanto che pianse. Leggo che pianse, non leggo che abbia cercato di scusarsi: ciò che non può essere difeso, può essere purificato. Le lacrime confessano la colpa senza tremare, le lacrime confessano il peccato senza offendere il pudore, le lacrime non domandano il perdono e l’ottengono. Capisco perché Pietro non parla: è per non accrescere la gravità della colpa esigendo troppo presto il perdono. Prima bisogna piangere, e ciò equivale a dire che prima bisogna pregare. Buone sono le lacrime che lavano la colpa. Piangono coloro che Gesù guarda. Pietro ha negato una prima volta e non ha pianto, perché il Signore non lo aveva guardato. Ha negato una seconda volta, e di nuovo non ha pianto, perché ancora il Signore non aveva rivolto il suo sguardo verso di lui. Nega una terza volta: Gesù lo guarda, ed egli pianse amaramente (cf. Lc 22,61-62). Guardaci, Signore Gesù, affinché noi sappiamo piangere i nostri peccati» (Commento al Vangelo di Luca, X,86). E sant’Isacco il Siro, dando voce a quanti, sentendosi quasi schiacciati dal peso del peccato, rischiano di cadere in preda alla disperazione, grida: «Signore Gesù Cristo, con le tue sofferenze calma le mie sofferenze, con le tue piaghe guarisci le mie piaghe... Il tuo corpo disteso sull’albero della croce avvicini a te il mio spirito, oppresso dai demoni... Le tue sante mani forate dai chiodi mi strappino all’abisso della perdizione... Il tuo volto, che ricevette schiaffi e sputi, illumini il mio, macchiato dall’ingiustizia.... Non ho il cuore contrito per andare alla ricerca di te, non ho pentimento, non lacrime per pregarti. Il mio cuore è freddo e io non so riscaldarlo; ti ho abbandonato in tanti modi, ma tu non abbandonarmi; mi sono allontanato, ma tu, Signore, vieni a cercarmi! Conducimi ai tuoi pascoli, tra le pecore del tuo gregge».
All’inizio della santa Messa siamo dunque ogni giorno invitati a prendere coscienza del nostro peccato in modo non superficiale. E, come già per il saluto iniziale, la liturgia propone alcune formule. Quella più comunemente usata, e forse la più completa, è il Confiteor. Esaminiamola più attentamente: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli». Notiamo anzitutto che, essendo l’atto penitenziale un momento comunitario, ci si confessa al Signore consegnandosi anche alla Chiesa, ai fratelli. Ogni membro della comunità si consegna agli altri nella propria fragilità e miseria. In tal modo si favorisce il sorgere di sentimenti di autentica carità e compassione e non, come talvolta si pensa, di disprezzo e di giudizio. Ciò che in genere suscita durezze e condanna nel vivere comunitario è lo scontrarsi con atteggiamenti orgogliosi di chiusura; se invece uno, dopo aver sbagliato, riconosce la propria colpa e umilmente la confessa, incontra benevolenza, anzi, molto spesso aiuta anche gli altri ad esaminare se stessi. Non di rado avviene che ciascuno si riconosce in parte colpevole della caduta dell’altro. «Che ho molto peccato». Quando pronunciamo queste parole, convinti di essere davvero peccatori, dobbiamo ricordare in quale modo si è manifestata la nostra fragilità. La formula liturgica, abbracciando tutte le forme di peccato, ci aiuta a fare un serio esame di coscienza. Si può infatti peccare «in pensieri, parole, opere e omissioni». Pensieri: nei pensieri c’è la radice stessa del peccato, perché lì si annida la superbia e si nasconde soprattutto l’insidia del maligno con i suoi cattivi suggerimenti. La purificazione dei pensieri perciò sta alla base della conversione. Quante volte dovremmo confessare di aver pensato male di Dio, del prossimo e di tante cose! Perché si arriva così facilmente a pensare male? Perché ci si chiude alla luce, all’ispirazione dello Spirito Santo e si lascia entrare in noi lo spirito della menzogna, della sfiducia, dell’invidia e di tutte le passioni. Ai pensieri seguono le parole: se si pensa male, le parole che ne scaturiscono non possono che essere cattive, false e oltraggiose. Come ha detto Gesù stesso: «La bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12,34). Alle parole succedono le opere, gli atti concreti e anche gli atteggiamenti, che feriscono il prossimo ed offendono Dio stesso. Infatti, qualunque cosa di male facciamo ad un fratello, è sempre Dio ad essere colpito nella sua immagine. Se noi ad esempio calpestiamo un’immagine sacra o una fotografia, facciamo oltraggio alla persona da essa rappresentata. Così quando in pensieri, parole e opere offendiamo il prossimo, commettiamo un peccato, rechiamo dolore a Dio. Sono da considerarsi peccati pure le omissioni, ossia il non compiere il bene che si deve e si può fare: anzitutto il dovere specifico della propria condizione, come ad esempio per ogni cristiano è omissione non riservarsi nella giornata un tempo adeguato per la preghiera; inoltre il trascurare i doveri legati al lavoro, alla vita familiare o comunitaria ecc. Omissione è poi anche omettere di fare il bene straordinario di cui ci è offerta l’occasione. Significativa in proposito è la parabola del buon Samaritano: un levita e un sacerdote passano accanto a uno ferito che giace esangue lungo la strada, lo vedono, lo guardano e vanno avanti senza fermarsi; passa poi un Samaritano che, al vederlo, ne prova compassione, si ferma, gli presta i primi soccorsi, poi lo carica sul proprio asino e lo porta presso una locanda, perché possa ricevere tutta l’assistenza necessaria di cui si fa carico lui stesso: questo è un bell’esempio di non omissione; tralasciare di fare il bene solo perché non rientra nei nostri stretti doveri è peccato di omissione. Dopo essersi esaminati su tutti questi aspetti, battendosi il petto, si dichiara che tutti questi peccati li abbiamo compiuti «per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa». Non per colpa degli altri che… hanno urtato la mia sensibilità! Quanto è importante compiere bene questo gesto! Esso ci insegna proprio a non puntare mai il dito sugli altri, a non caricare mai gli altri delle responsabilità dei nostri peccati. Troviamo un bellissimo esempio ancora nella storia del re Davide. Vedendo che, in seguito ad un suo peccato, tutto il popolo subiva il castigo divino, si mise a pregare il Signore così: «Io ho peccato; io ho agito da iniquo; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!» (2 Sam 24,17). Ma pensiamo soprattutto al Servo di JHWH – figura di Cristo – che accetta il peccato altrui su di sé per espiarlo: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (Is 52,3-6).
Quando recitiamo l’atto penitenziale siamo consapevoli di quello che diciamo? Non ci accada di uscire dalla Messa e, alla prima occasione, subito lasciarci andare a puntare il dito e ad accusare un fratello: “è colpa tua”! Bisogna invece essere disposti a fare come Gesù che si è caricato del peccato del mondo, sentendolo davvero come proprio in forza di una grande empatia, di una solidarietà dettata dall’amore. La confessione sfocia nella supplica. Subito si presenta, tanto consolante e rassicurante, la figura della Vergine Madre Maria, “la Deesis”, colei che chiede perdono per tutti i suoi figli. Poi vengono gli angeli, i santi e anche i fratelli, vale a dire i nostri più prossimi compagni di viaggio, quelli che costituiscono con noi l’assemblea liturgica, la comunità che sta celebrando l’Eucaristia. A tutti costoro, nella consapevolezza della propria miseria, ciascuno come mendicante chiede la carità di intercedere presso Dio, affinché abbia pietà e conceda il suo perdono. Ciascuno chiede perdono riconoscendo le proprie colpe ed insieme ciascuno, accogliendo la confessione dei fratelli, intercede per loro: è tutta una gara di carità. Questa vicendevole benevolenza attira lo sguardo compassionevole di Dio.
Il Messale propone poi altre formule che, pur nella loro brevità, sono molto efficaci. Significativo è il fatto che esse ci mettono in stato penitenziale comunitariamente. V/ Pietà di noi, Signore. R/ Contro di te abbiamo peccato. V/ Mostraci, Signore, la tua misericordia. R/ E donaci la tua salvezza. Facendoci vedere l’icona del fariseo e del pubblicano che pregano nel tempio, questa formula ci invita ad esaminarci sul nostro atteggiamento davanti agli altri e davanti a Dio stesso. Ci sono in noi sentimenti di orgoglio che facilmente ci fanno disprezzare gli altri quali “peccatori”, mentre non vediamo il nostro peccato? «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo » (Lc 18,11-12). Nessuno può dirmi niente, perché io faccio tutto bene, tutto alla perfezione… Orribile! Che cosa vale fare tutto bene con orgoglio, per essere più degli altri, per elevarsi con disprezzo sugli altri? «Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Luca 18,13). Non perde tempo in confronti, non cerca di alleggerire la propria colpa facendo notare a Dio che c’è chi è peggiore di lui. No, è talmente avvilito per il proprio peccato che certamente tutti gli altri gli sembrano migliori di lui. E sappiamo come termina la parabola: «Questi tornò a casa sua giustificato», ossia reso giusto dal perdono di Dio, «a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14). Tutta la vita cristiana si appoggia sull’umiltà. Questa virtù coincide con la verità perché ci permette di vedere e di confessare i nostri peccati. Chi è umile sa amare e scusare il peccato altrui; sa ricevere e usare misericordia. Dopo queste due principali formule, il Messale ne riporta altre intonate ai vari tempi liturgici e tutte strutturate a partire dalla triplice invocazione: Signore, pietà; Cristo, pietà; Signore, pietà. Ad esempio una delle formule proposte per l’Avvento, in riferimento alla venuta di Cristo nella storia, nella grazia, nel giudizio finale, ci fa invocare: Signore, che sei venuto nel mondo per salvarci, abbi pietà di noi. Cristo che continui a visitarci con la grazia del tuo Spirito, abbi pietà di noi.
Signore che verrai un giorno a giudicare le nostre opere, abbi pietà di
noi. Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Conoscendo la misericordia di Dio e la grandezza del suo perdono, non solo non dobbiamo essere negligenti e rimandare di giorno in giorno la nostra conversione, ma, anzi, dobbiamo sentire ancor più forte il desiderio di ritornare con tutto il cuore a colui dal quale con il peccato ci siamo allontanati. Il rapporto con Dio, vale la pena di ripeterlo, non è questione di legge, ma di amore e di amicizia da custodire e coltivare. In una sua bella pagina l’abate Teodoro, monaco dei primi secoli, discepolo di san Pacomio, così scriveva: «Fratelli miei, badate che nessuno di noi sia escluso nel tempo della gioiosa certezza. Non veniamo meno in nulla, per mancanza di coraggio o perché travolti da una tempesta» – si tratta naturalmente di quelle tempeste interiori che il maligno solleva dentro di noi, se gli diamo ascolto – «Siamo stati chiamati alla santa Koinonia, a vivere nella comunione dei santi per opera della grazia, per dono, non per merito delle nostre opere». Siamo stati accolti nella Chiesa. Dobbiamo perciò corrispondere a tanto dono. Come? «Diamo la nostra vita gli uni per gli altri e produciamo i frutti dello Spirito Santo» (Catechesi, II,2). Badiamo a non vivere gli uni contro gli altri, gli uni a scapito degli altri, ma facendo tutto quello che è bene per gli altri, che giova agli altri. Per questo nella vita comune ci vuole umiltà, reciproca fiducia, senso di povertà interiore, quella com-passione e benevolenza che ci fa sentire insieme santi e peccatori. Daniel Ange dice: «Siamo nell’era della “santità dei miserabili”. Tempo della grande miseria, tempo della grande misericordia. La stoffa umana è ormai a brandelli. Più, però, un uomo porta un handicap pesante, più questo stesso peso lo trascina nel centro del cuore di Dio. E questo stesso peso è la sua gloria. Più un essere è ferito dalla vita, più è amato da Maria. Più è rifiutato dagli uomini, più è protetto da Dio. Il santo è colui che è talmente peccatore che Dio è tutto per lui. Dio trasforma i difetti psicologici, le ferite affettive, in grazie di purificazione passive ed attive. Dio fa diventare delle fonti queste stesse ferite. Tante più ferite, tante più fonti. Fonti dello Spirito Santo per il nostro mondo. Fonti di guarigione per la nostra umanità malata.… Le nostre comunità sono popolate da molti più santi che assassini!. Ed anche gli assassini possono diventare santi, poiché il primo canonizzato – e da Dio stesso! – fu proprio il bandito crocifisso di fianco a Gesù» (citato in Il Messale di Compostella, 1 novembre). L’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, lui e lui solo è veramente il motivo della nostra fiducia, quella fiducia che ogni mattina, preparandoci a ricevere l’Eucaristia, ci fa chiedere al Signore, per noi e per tutti, di rinnovarci con la grazia del suo perdono. O
Dio, nostro Padre, illumina con il tuo Spirito di verità le profondità della nostra coscienza, perché sappiamo riconoscere le nostre colpe e aprirci, con umiltà e gratitudine, al tuo Amore che sempre perdona. Fa’ che, accostandoci all’altare dove si rinnova la Passione redentrice del tuo dilettissimo Figlio, ci sentiamo con lui solidali nel farci carico gli uni degli altri e nel sentirci responsabili di tutto il peccato del mondo. Umili e pentiti accoglici e ridonaci la veste candida del Battesimo che ci ha rigenerati, resi figli nel tuo Immacolato Figlio. Amen. A.M.Cànopi osb |